Week end alle Cinque Terre

di Emma Crescenti

Giugno 2020. L’Italia ha da poco riaperto i battenti dopo mesi infernali a causa della pandemia Covid. Un weekend al mare è l’ideale per staccare, per respirare un po’ e tornare, in sicurezza, a esplorare le meraviglie che offre la nostra Penisola. Ma dove andare? Cerchiamo acqua limpida e relax, ma anche luoghi di cultura e panorami mozzafiato non troppo distanti da Brescia. Mettiamo nel mixer i nostri ingredienti, frulliamo ed ecco il verdetto da riferire ad Android Auto: “Ok Google… portaci alle Cinque Terre”.

Giorno 1 – Photoshooting a Manarola

Partiamo presto per non perderci neanche un minuto della nostra mini vacanza, direzione Manarola. Come tutti e cinque i borghi del parco ligure, il paese è chiuso al traffico (eccetto i residenti), quindi lasciamo l’auto nel parcheggio comunale a pagamento situato in cima all’abitato (circa 40 per tre giorni), prendiamo le valigie e affrontiamo la lunga discesa per sistemarci in un piccolo ma funzionale monolocale del Residence Le Coste.

La visita a Manarola dura tutta la mattina. Il paese è piccolo, ma ha tantissimo da offrire. Si sviluppa in verticale sulla costa rocciosa, un ingarbugliarsi di abitazioni e ristorantini affacciati sulle strette viette e di punti panoramici dove l’aspirante influencer Federica non esita a sfruttarmi per il suo book fotografico da instagrammare prima di subito. Però, lo ammetto, qualche foto me la sono fatta fare pure io. Per concludere il giro affrontiamo la salita verso Punta Bonfiglio, luogo privilegiato per osservare il borgo e il mare in tutta la sua interezza, belli da togliere il fiato. Per riposare le gambe e rifocillare lo stomaco sostiamo al Nessun Dorma, dove addentiamo una bruschetta al pesto (e molto altro) sotto gli occhi incazzati di un gabbiano geloso del nostro lauto pranzo.

Il pomeriggio? In acqua a Monterosso, ultimo borgo delle Cinque Terre, che raggiungiamo in treno: il modo più semplice ed economico per muoversi su e giù per la Riviera. Qui le spiagge libere si alternano ai bagni a pagamento: fingendoci ricche prendiamo un ombrellone e ci godiamo il resto della giornata fra un tuffo e un ghiacciolo artigianale alla frutta sdraiate sul lettino, finché non ci troviamo entrambe assorte nella conversazioni stile Beautiful delle comari un ombrellone più in là. “Ma quindi davvero il marito l’ha tradita con la cognata?” dice lo sguardo eloquente che ci scambiamo io e Federica.

Un Cinque Terre della Cantina Crovata corona la cena da Aristide a base di pesce fresco e baccalà fritto. Il modo migliore per concludere la giornata.

Giorno 2 – E così salimmo a veder Corniglia

Il tour prosegue con le scarpe da ginnastica ai piedi e la torta di mele fatta in casa di Aristide che sognavo dal giorno prima nello stomaco. Il treno ci porta alla stazione di Corniglia, il borgo centrale delle Cinque Terre che a differenza degli altri non si affaccia direttamente sul mare, ma si trova sulla cima a un promontorio “vestito” da una fitta vegetazione e vigneti a terrazza. Per raggiungere il centro altro non si può fare che incamminarsi sulla Lardarina, una lunga scalinata che 33 rampe, 382 gradini e un’embolia polmonare dopo ti porta nel cuore di una bellissima cittadella medievale circondata da balconi da dove ammirare la costa e il mare. Lo sforzo, insomma, è stato ripagato.

Vernazza è la meta successiva. Dalla stazione scendiamo verso il centro abbassando la mascherina giusto il tempo di gustare la nostra focaccia al pesto da passeggio. La via principale è un tripudio di colori e case tipiche e ancor meglio è il porto, dall’estremità del quale si può ammirare il paese in tutta la sua gloria. Alzando lo sguardo, invece, il castello dei Doria, una fortezza medievale costruita sul costone roccioso, sembra volerci ricordare quanto siamo piccole di fronte a un monumento che ha attraversato i secoli e la storia. Federica mi rimprovera perché non so usare il selfie stick, ma facciamo la pace davanti a uno spritz al basilico e a un tris di bruschette che più buone non si può.

Dopo l’ascesa al paradiso e la lunga camminata della mattina, il mare di Monterosso ci reclama di nuovo. E anche un litro di frozen daiquiri, che ben si sposa con i 40 gradi della giornata abbassando la temperatura corporea di queste due povere pellegrine in costume da bagno e infradito. Unica pecca della giornata la cena al Porticciolo di Manarola dove scopriamo al momento di sederci che il menù era stato ridimensionato. Addio polipo, benvenute trofie, ma il Burasca Cinque Terre risolleva gli animi.

Giorno tre – Sù per la città verticale

L’ultimo giorno di questa mini vacanza comincia a Rio Maggiore, il primo borgo della Riviera è sicuramente il più imponente. L’abitato è composto da diversi ordini paralleli di case torri, le tipiche abitazioni genovesi, che fioriscono sui due versanti del paese. A parte il quartiere della stazione, più recente, nel resto della cittadella si respira l’aria della tradizione ligure. Stradine strette, scale centenarie che conducono a portocinini caratteristici. Il click della macchina fotografica risuona fra gli edifici colorati, ma è dentro al cuore che scatta la vera emozione. Da qui parte anche la famosa Via dell’Amore, un sentiero di circa un chilometro a picco sul mare che attraversa la costa scoscesa e congiunge Riomaggiore a Manarola, famoso per i suoi incantevoli e indimenticabili panorami. Un’alternativa per chi non vuole usare il treno.

Prima del ritorno a casa ci concediamo l’ultima visita a Monterosso, di cui fino ad ora avevano visto solo la spiaggia. Il paese è infatti diviso in due da un promontorio che separa la zona residenziale di Fegina dal porto vecchio e dal centro storico, che nulla ha da invidiare ai suoi “fratelli”. Ci inerpichiamo sulla stradina che porta al convento dei Cappuccini, per poi riscendere dall’altro versante verso il cuore del paese.

Il pranzo a base di focaccia ci dà le forze per affrontare il ritorno a casa, duro sia per lo spirito che per il fisico. Nonostante l’allenamento dei giorni precedenti, la risalita dal centro di Manarola verso il parcheggio comunale mi lascia senza fiato e con i polpacci che gridano pietà. Però per te, Riviera Ligure, lo rifarei.

Sicilia Bedda

di Emma Crescenti

Innanzi tutto, la premessa. Primo anno di lavoro, prima vacanza pagata interamente con il proprio stipendio. Niente affitto, rate del mutuo o auto da pagare, nessun limite (a parte il plafond della carta di credito, ovviamente): solo la voglia di viaggiare, di abbrustolire al sole come le lucertole e mangiare, mangiare a volontà. E così, signori miei, inizia quel capitolo chiamato Sicilia.

Giorno 1 – Arancino, quanto t’aspettai

Atterriamo a Catania verso le 9.30, dopo un’ora e mezzo di volo cominciato a Orio al Serio (Bg). Tempo di noleggiare l’auto (la mitica “Pandabbagno”, il fiero destriero che nonostante i suoi cavalli un po’ zoppi ci ha portato ovunque), imbocchiamo la strada per Portopalo di Capopassero (Sr), punta estrema della costa orientale e prima meta della nostra vacanza.

“Entro mezzogiorno vogliamo essere in acqua” ci diciamo io e Federica e così è stato. Alle 11.30 lasciamo le valigie al B&B Volga 21, indossiamo costume e infradito e, tempo di comprare l’ombrellone, finalmente siamo in mare. Ne usciamo solo per festeggiare il nostro primo giorno in Sicilia al chiosco accanto alla spiaggia Scalo Mandrie con spritz, insalatona e ciò che sognavamo già sull’aereo: un arancino tradizionale, ripieno di ragù e mozzarella filante, di cui ancora oggi sentiamo il sapore in bocca.

E solo il cibo, in effetti, è la cosa che ci spinge ad abbandonare il mare e a prepararci per la serata nell’entroterra, a Modica (Rg), città del cioccolato e uno dei più significativi esempi di architettura tardo barocca dell’isola. Lasciamo la macchina in un parcheggio a pagamento in via Nazionale e guadagnamo il centro, che ci conquista con il suo panorama mozzafiato. Ma ancor meglio è stata la cena all’Osteria dei sapori perduti, dove il ricco antipasto e il vino (rigorosamente della zona e suggeritoci dai titolari) ci stendono tanto da rimandare indietro quasi intatto, un po’ mortificate, il primo a base di gnocchetti sardi . Caro cameriere, di nuovo: ti giuro che era buono.

Poi la rotta verso il letto, sature di rosso siciliano, in mezzo alle strade di campagna non illuminate. Un’impresa che fortunatamente siamo qui per raccontare.

Giorno 2 – Siamo in paradiso

Questa giornata si divide a metà. La prima si chiama “Siamo in un ca**o di paradiso”. Partiamo presto, direzione spiaggia di San Lorenzo, un piccolo angolo di Caraibi in Sicilia a circa 20 minuti dalla nostra “base”. Spiaggia chiara e sabbiosa, mare pulito e cristallino, quasi trasparente: e tutti i viaggi al mare di una vita muti. La granita alla mandorla che abbiamo in mano corona tutto alla perfezione. E mentre Federica cerca Antonio, il fedele selfie stick, io spero che il tempo si fermi per sempre.

E’ ora di pranzo. Un po’ controvoglia, ma spinte dalla voglia di scoprire posti nuovi, facciamo rotta per Marzamemi, un piccolo e affascinante borgo poco distante. Il giro nel centro è breve e affaticate dal sole cerchiamo un ristorantino dove riposarci: e così abbiamo trovato l’acqua nel deserto. Vicino al lungomare, il chiosco La Diga ci conquista a colpi di insalata di arance, frittura, cozze e carpaccio di pesce. Il sogno di un pranzo leggero è rimasto tale, ma non prendiamoci in giro, siamo in Sicilia!

Ed ecco la seconda parte, che abbiamo chiamato “quanto mai”. Con tanta buona volontà torniamo a Portopalo per vedere la famosa Spiaggia delle Correnti, ma il vento quel giorno è stato poco clemente sia con noi che con il nostro ombrellone. Il risultato? Siamo tornate al b&b scottate e con la sabbia perfino nell’animo. Il panorama però era bello, magari la prossima volta controlliamo il meteo.

Il morale si risolleva al Pepe Nero di Noto (Sr), un ristorante consigliatoci da una coppia a San Lorenzo e che ora, mentre scrivo questo articolo, abbiamo scoperto potrebbe aver cessato l’attività. Peccato, perché è stata una delle cene migliori e la loro salsa di pomodori secchi fatta in casa merita di diventare patrimonio Unesco.

Giorno 3 – Alla scoperta di Ortigia

E’ tempo di partire per una nuova meta. Così dopo aver fatto benzina (regalando all’automatico 5 euro perché come cavolo abbiamo fatto a pensare che un cinquantino ci stesse tutto nella Pandabbagno), 50 minuti dopo siamo al b&b Giardino d’inverno di Siracusa, un po’ lontano dall’isola di Ortigia (il centro storico della città) ma poco distante dal parco archeologico della Neàpolis greco-romana.

Anche oggi il programma prevede mare e buon cibo. Il viaggio in macchina stanca: così impostiamo il navigatore verso Fontane Bianche, ma essendo domenica tutta la Sicilia sta in spiaggia. Non ci perdiamo d’animo, sgomitando ci guadagniamo un buco dove mettere i salviettoni e ci gettiamo in mare: e anche qui l’acqua pulita e fresca tiene alta la nomea delle coste siciliane.

Il pranzo “leggero” a base di arancini e mojito ci apre lo stomaco per la super cena al ristorante ALevante di Ortigia. Raggiungiamo l’isola a piedi dopo aver lasciato l’auto al parcheggio a pagamento (ma onesto) il Molo di Sant’Antonio, poco fuori dal ponte. Giriamo il centro un po’ alla cieca, con google maps in una mano e un arancino “da passeggio” ai frutti di mare nell’altra per darci energia, per poi arrivare al ristorante dove il polipo alla brace e i paccheri al pesce spada, accompagnati da un bianco fresco, ci fanno ringraziare il cielo di aver prenotato questa vacanza.

Giorno 4 – Un tuffo nel mare e nella storia

Dopo tanto mare, è tempo anche di cultura. E per chi come me porta sulle spalle cinque anni di liceo classico e una laurea in Lettere Antiche, la Neàpolis è una tappa imprescindibile. La giornata parte bene, parcheggiamo lungo il viale principale (a pagamento) e non ci scoraggia l’aver pagato due cappelli di paglia 10 euro l’uno dall’abusivo per poi scoprire che davanti al sito il mercatino autorizzato li vendeva a 5. Ma ca**o.

Sotto il sole cocente, in mezzo a tedeschi che non abituati al caldo svenivano come birilli, comincia il viaggio nell’antica storia siracusana dove la folta vegetazione incornicia grotte naturali, resti di templi e sepolcri, nonché il celebre anfiteatro romano. Uno spettacolo. A farci da guida per un po’ è stata una delle gatte della colonia felina ospitata dalle rovine, che ha voluto essere ripagata con qualche coccola e carezza.

La visita dura qualche ora. Il pomeriggio ci godiamo il meritato riposo all’Arenella, la spiaggia più quotata di Siracusa, dove ancora brindiamo con mojito e arancini. Un breve acquazzone ci costringe a cercare riparo sotto l’ombrellone, ma poco dopo il sole è nuovamente sopra di noi.

Ortigia è nuovamente la nostra meta serale. Questa volta il quartiere dell’ex mercato, dove oggi fioriscono, uno dietro l’altro, una serie di ristorantini tipici. La Carnazzeria attira la nostra attenzione e anche il nostro gusto. La vista dei tavolini e della via illuminata accompagna una cena a base di polipo che ci lascia piene ma soprattutto soddisfatte. Ed è qui che ci chiediamo: “ma noi, in questi giorni, abbiamo mai bevuto dell’acqua?”

Giorno 5 – A Taormina

Goethe l’ha definita “il più grande capolavoro dell’arte e della natura” e Taormina lo è davvero. La perla del Mediterraneo è la terza tappa del nostro viaggio. Muoversi non è semplice, la città si sviluppa (molto) in verticale e le strade sono strette, ma ormai guido come una siciliana autoctona e il nostro umile mezzo riesce anche a inseguire lo scooter della proprietaria di casa lungo una salita a 45 gradi fino al nostro appartamento. E’ forse il punto più alto della città e la vista… Dante direbbe che è ineffabile.

Dal parcheggio (ed ecco la nostra Jeffrytips) una navetta ci porta in centro, dove la prima meta è un invitante pasticceria e i suoi cannoli con granella di pistacchio. Soddisfatte attraversiamo le tipiche strade medievali su cui si affacciano negozi, banchetti e ristoranti fino al Teatro Greco, il monumento più famoso di Taormina e ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni drammatiche e musicali.

La mattina trascorre immersi nella città, ma dopo il pranzo si migra a Isola Bella, la spiaggia più conosciuta, racchiusa in un’insenatura tra gli scogli. Niente sabbia fine ma sassi e rocce, l’acqua è la più limpida di tutta la Sicilia e la location da “diesci”. E senza possibilità di ribaltare la situazione. Dato che siamo in vena di cambiamenti, la sera al posto del pesce optiamo per una buona pizza a La Napoletana, un locale nascosto fra i vicoli del centro. E’ testa a testa fra la caprese con pomodoro di San Marzano e la prosciutto e pistacchi, ma con una rossa artigianale entrambe vanno giù benissimo.

Giorno 6 – La Grotta Azzurra

E’ l’ultimo giorno di vacanza, ultima occasione per rilassarsi come si deve, e quindi decidiamo di trascorrerlo in spiaggia sotto il sole. Ma abbandoniamo presto il salviettone per una gita in barca alla scoperta delle bellezze nascoste della costa. L’escursione ci porta alla Grotta Azzurra, situata nel parco marino di Isola Bella: il gioco di luce, il contrasto tra il buio della caverna e la luce che penetra dall’esterno, è da brividi. Un’esperienza mozzafiato che conclude con un tuffo dalla barca in mezzo al mare blu.

Il resto del pomeriggio è di puro relax. Ci alziamo dalla spiaggia solo per entrare in acqua, poi solo un libro, le parole crociate e spotify sparato nelle orecchie. Giustamente ci riposiamo per prepararci alla cena, l’ultima di una vacanza molto eno e ancor più gastronomica.

Al Rosso Peperoncino ci accolgono e ci fanno sedere in un tavolino nel chiostro esterno. Siamo cariche e affamate, è l’ultima cena e non vogliamo badare a spese. Un bianco locale accompagna l’antipasto a base di gamberi rossi crudi e il pescato del giorno, buono da morire. Un cannolo pieno di ricotta dolce chiude tutto in bellezza.

Giorno 7 – Torniamo sì, ma piene

L’addio a Taormina ha il sapore della granita di mandorle e della brioches del Bam bar, il locale più eccentrico del posto e tappa di molti vip. Con calma visitiamo la parte restante della città e verso le 11 ci rimettiamo in macchina fino a Catania.

Ora, noi ci abbiamo provato. Lasciata la macchina al parcheggio Europa ci siamo addentrate oltre la porta della città, che a quell’ora era più calda della superficie del sole. E così, sentendoci un po’ in colpa, in attesa del volo abbiamo cercato un ristorante per il pranzo. Ancora dobbiamo ringraziare il personale di Andrew’s Faro per la cordialità che ci ha dimostrato e per aver rimandato indietro il primo ancora intatto, per la seconda volta nella vacanza: ma fra caponata, frittura, insalata di polipo, carpaccio, verdure e il riccio di mare che il proprietario ci ha quasi costretto ad assaggiare… insomma , per noi il pranzo leggero non è mai stata un’opzione plausibile.

Stanche ma soddisfatte, abbiamo fatto rotta verso l’aeroporto e verso casa. Con la pancia piena, qualche chilo in più e la gallery del cellulare piena di ricordi. Con la certezza di ritornare alla prima occasione possibile.

#JT Parcheggio a Taormina

Eh si. In mezzo a tutta quella bellezza, anche Taormina una pecca ce l’ha: il parcheggio.

Non perché non ci siano posti: dal momento che il centro storico è bandito alle auto e che la città si sviluppa in verticale con strade spesso strette, la città ha dovuto far fronte al bisogno dei cittadini e dei turisti costruendo diversi autosilos. Ma perché purtroppo, nonostante comunque ci sia di peggio, è un po’ caro. Per meno di mezza giornata il costo all’epoca (2018) si aggirava fra i 10-12 euro.

Il nostro appartamento aveva a disposizione un piazzale per le auto, ma era troppo in alto per poter scendere comodamente a piedi verso la città. Quindi abbiamo dovuto ripiegare su questi posteggi a pagamento. Il primo giorno abbiamo lasciato l’auto al Lumbi, da dove abbiamo preso la navetta che ci ha portato in centro, a poca distanza dalla partenza della funicolare che porta alla spiaggia di Isola Bella. La sera invece optavamo per Porta Catania, il più vicino al cuore di Taormina: una volta parcheggiato in pochi minuti arrivavamo alla porta principale.

#JT Torta al cioccolato

Viaggiamo con i sapori

Visto che il tempo non è dei migliori e che fa freddo (anzi “freddo freddo freddo” cit.) ci è venuta voglia di preparare una torta! Non c’è bisogno di molto: vi basta avere l’apposito stampo e una forno che trasformi l’impasto in dolce da leccarsi i baffi.

Qui trovate un po’ di storie sulle varie tipologie di torte al cioccolato.

Continuate la lettura per scoprire tutto sulla nostra versione.

INGREDIENTI PER STAMPO DA 24cm:

  • 3 uova
  • 200g di zucchero
  • 300g di farina 00
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 120ml di olio di semi
  • 75ml latte
  • 55g cacao
  • 5 cucchiai di confettura di albicocca (anche 6 o 7 se la volete bella gustosa)

Procedimento

Mettete le 3 uova (intere) in una ciotola insieme allo zucchero. Montate con uno sbattitore elettrico incorporando molta aria. Una volta che il composto diventa bello chiaro e spumoso aggiungete metà farina e continua a mescolare con lo sbattitore. Dopo qualche minuto aggiungete la restante farina, l’olio e lo lievito.

Quando il composto diventa omogeneo aggiungete il latte e il cacao, facendo attenzione a non far partire lo sbattitore alla massima velocità, altrimenti vi troverete a ripulire tutta la cucina da tutta la polvere marrone sollevata dal mestolo meccanico (non che sia capitato a noi, eh, testimonianza di un amico…).

Ora che avete amalgamato il tutto prendete lo stampo per torte, imburratelo e infarinatelo per bene. Rovesciate il composto dentro lo stampo e distribuitelo in modo omogeneo su tutta la superficie.

Mettete in forno statico per 55/60 minuti a 150°C

Per sapere se la torta è cotta utilizzate il solito trucco dello stuzzicadenti. Non lo conoscete? Non preoccupatevi, è più semplice di quello che sembra: infilate lo stuzzicadenti al centro della torta e quando lo tirate fuori deve essere asciutto al tatto. Se vedete che è umido oppure che si sono attaccati dei pezzi di torta proseguite la cottura per 5 minuti alla volta e ripete la verifica.

Lasciate raffreddare

Una volta che la torta si è raffreddata toglietela dallo stampo, tagliatela in orizzontale e farcite con la confettura che vi piace di più. Poi cospargetela con dello zucchero a velo e servitela, oppure mangiatela tutta voi! Della serie: “Dieta spostati che c’è il cioccolato!”

#JT Aviolo sì, soprattutto alla mattina

L’Aviolo è sempre uno spettacolo, a qualsiasi ora del giorno. In molti lo visitano anche nel pomeriggio, un veloce andata e ritorno prima della cena. Ma è la mattina che il lago dà il meglio di sè.

Consigliamo di partire verso le 9 o le 10, sebbene gli escursionisti più mattinieri ci direbbero che “a quell’ora abbiamo già fatto colazione due volte”. Innanzitutto trovare parcheggio a ridosso della partenza è più semplice. Ma soprattutto, ed è qui il vero vantaggio, i riflessi dell’acqua sono favolosi durante le prime ore della giornata: un azzurro intenso, limpido, che cattura la vista e non la lascia più.

Per sfruttare al massimo l’esperienza, una volta in cima, si può fare un bel giro intorno al lago (alcuni tratti non sono semplici, bisogna saltare tra i massi ma ne vale la pena per godere del panorama a 360°), per poi sedersi sulle rive, ai tavoli del rifugio Occhi o nel vasto spiazzo erboso che circonda lo specchio d’acqua, aprire lo zaino e spezzare la fame con la spongada di Formis.

Nota divertente. Immaginatevi distesi su un prato, mentre vi rilassate dopo la faticosa salita. Vi state abbandonando ai rumori della natura quando un suono vi riporta alla realtà. Un bambino che candidamente pone una domanda al rifugista: “Ma ci sono i pesci?”. Con la schiettezza che contraddistingue la gente di montagna lui risponde: “Probabilmente nel lago sì, ma qui nel prato no”.

Di seguito la mappa del parcheggio

Lago d’Aviolo

Va bene, lo ammetto: ci piace vincere facile. Per chi frequenta la Valle Camonica, il Lago Aviolo è una meta tutt’altro che sconosciuta, tappa ricorrente delle vacanze estive o delle domeniche in montagna. Eppure per quante volte lo si raggiunga, per quanto si conosca il sentiero a memoria, non è mai banale. Sarà il profumo del Parco dell’Adamello o della cucina del Rifugio Sandro Occhi all’Aviolo (bona la trippa, bona davvero!).

Una trippa sbrodolata da me

Sarà il sole che nelle belle giornate illumina l’acqua in cui si specchia la montagna. Sarà perché per me, l’Aviolo, è un paradiso in terra. E al tempo stesso mi fa sentire a casa.

I primi passi sul sentiero per il Lago proprio non li ricordo: sono passati quasi 30 anni. Mi ricordo gli ultimi, questa estate, con lo zaino in spalla, trekking pole nelle mani e il fiatone già in partenza per cui possiamo ringraziare una primavera trascorsa in simbiosi con il divano. Per chi arriva da Vezza d’Oglio basta raggiungere il Centro Eventi alla fine di via Stella e da lì seguire le indicazioni per Val Paghera – Aviolo fino al parcheggio della teleferica (1495 m): i posti per lasciare l’auto non mancano e se anche fossero pieni, poco più in basso, ci sono gli spazi lungo la strada o nelle vicinanze del rifugio “Alla Cascata”.

Poi, si sale. Un tragitto di circa un’ora e mezza (anche meno per chi viaggia spedito) seguendo il sentiero Cai 21, che inizialmente si innalza ripido in mezzo al bosco e ai cespugli. Dopo aver imboccato il canalone e attraversato il torrente (attenzione a non scivolare sulle pietre bagnate), si imbocca un secondo canalone, una “scala” rocciosa che spesso è la parte più difficile da affrontare per le gambe poco allenate. Superato il passo, il sentiero continua a zig zag in mezzo ai cespugli per poi aprirsi sul rifugio Occhi (1930) e, poco più in là, sul magnifico spettacolo dell’Aviolo.

C’è chi sosta al rifugio, ingolosito dal menù tipico, e chi si gode il sole e il pranzo al sacco sulla riva. C’è chi prosegue oltre il lago, verso il Passo delle Plate e la Malga Aviolo e chi si concede un po’ di ristoro immergendo i piedi nell’acqua fredda prima di affrontare la discesa verso casa. Per me panino imbottito, una coperta stesa sull’erba accanto alle scarpe slacciate e un buon libro sono sempre stati la combo perfetta da abbinare al panorama mozzafiato. E anche una birretta, dai, che diamine.

Visto e rivisto, eppure l’Aviolo, con i suoi colori e il suo aspetto da pace dei sensi, ha sempre qualcosa da raccontare: il sentiero è lo stesso, l’acqua è la stessa, eppure ogni volta l’esperienza è nuova. Ora l’obiettivo è la salita autunnale, in mezzo alla neve, per vedere il lago ghiacciato.

Cliccate qui per la #Jeffrytips di questo viaggio

Valeggio e Borghetto sul Mincio

Incastonato nella valle del Mincio, vegliato dalle torri del Castello Scaligero e dall’imponente Ponte Visconteo, Borghetto è uno dei gioielli della campagna veneta, classificato come uno dei borghi più belli di tutta Italia. Una meta perfetta per chi, partendo da Brescia come noi, cerca un posto per fare quattro passi all’aria aperta immerso nel verde e nella cultura.

E’ settembre, è domenica e c’è il sole: per digerire il pranzo decidiamo di metterci in macchina, direzione Valeggio, per visitare la suggestiva rocca medievale. Parcheggiata l’auto poco fuori dal centro storico, ci incamminiamo nel cuore della cittadina, per poi imboccare il sentiero che da via Zamboni sfocia in via Degli Scaligeri, rotta diretta per il castello: una salita facile e veloce, per nulla faticosa, ma da affrontare con le sneakers piuttosto che con i sandali.

Una volta in cima, la vista è mozzafiato.

Fra i resti della Torre Tonda, la parte più antica, e della Rocca, l’area visitabile del sito, il tuffo nel passato, nell’epoca delle dame e dei cavalieri, è totale: e mentre fra i merli delle guglie fantastichiamo di come vivere in un castello farebbe la sua porca figura (la camera da letto nella torre, in primis, per non parlare dell’openspace nel cortile d’ingresso), ecco che si staglia la nostra prossima tappa: Borghetto sul Mincio.

Costruita sulle rive del fiume, che abbraccia letteralmente il paese, nella piccola frazione di Valeggio il tempo sembra essersi fermato: la storia e la cultura trasudano da tutte le parti, dalle mura antiche del ponte Visconteo e del Serraglio, alle case e alle attività storiche del luogo. Il sentiero che dal Castello Scaligero attraversa il bosco ci porta al paesello, che attraversiamo seguendo il corso del fiume, con un ghiacciolo artigianale in mano, da un cartello informativo all’altro, discutendo della fauna e di come sia diverso veder scorrere l’acqua da destra a sinistra e viceversa. La fine della camminata, la dove si ricongiungono i due rami del Mincio, è il culmine della nostra gita: un piccolo promontorio, una panchina solitaria e il riflesso del sole, ed è subito foto da profilo instagram.

La valle del Mincio, insomma, è stata all’altezza delle aspettative. Lo concordiamo entrambi, sorseggiando un calice di prosecco sotto il porticato del bar Lo Stappo. Un aperitivo senza infamia e senza lode, ma “voto diesci” per la location.

#JT parcheggio a Valeggio

Se provi a “googlare” parcheggi a Valeggio, subito la ricerca indirizza verso posteggi a pagamento. Ovviamente cercare un’alternativa è nel nostro Dna, quindi senza indugi (ma anche attenti a varchi o divieti) ci siamo inoltrati nelle vie interne dalla cittadina e abbiamo trovato un parcheggio a pochi passi dalla salita.

Dallo stallo al Castello Scaligero si investono 10 minuti. Anche qualcuno di più, dai, se si sfrutta ogni scorcio offerto per ammirare da sempre più in alto le vie di Valeggio.

Dove andremo ce lo dirà solo il tempo…

Lo sappiamo. Per fare le valigie e partire, passando di meta in meta, purtroppo non è il momento. Ma il vero viaggiatore non smette mai di cercare l’avventura, nemmeno quando è costretto in casa.

I luoghi che vogliamo raggiungere sono veramente tanti. Da alcuni ci separano pochi chilometri, altri si trovano a centinaia di miglia di distanza; per alcuni abbiamo rispolverato maglie di lana e giacche a vento, per altri shorts e occhiali da sole. Ma qualunque sia la prossima meta, entrambi non vediamo l’ora di poter ripartire più carichi di prima.

E nel frattempo? Si pianifica! Di seguito troverete le nostre prossime tappe, ma per allungare la lista contiamo anche su di voi. Consigliateci i prossimi luoghi da vedere, allegando qualche foto o aneddoto che ci faccia incuriosire.

Laghetto Valbione

La conca di Valbione è senz’altro tra le più apprezzate mete della zona di Ponte di legno sul versante del Parco dell’Adamello. Nel laghetto -(che è parte integrante del campo da golf) potremo cimentarci nella pesca per poi, dati i probabili insuccessi, raggiungere la Capanna Valbione pronti a degustare gli ottimi piatti della tradizione camuna.

Egitto

L’Egitto non è una semplice meta, ma un viaggio nella storia e nella magia dell’Africa: la terra delle piramidi e dei faraoni, ma anche del Monte Sinai e della mitologia cristiana, culla di opere d’arte e racconti che ancora oggi resistono al passare del tempo. Che dire, poi, di una bella crociera sul Nilo?

Pompei e costiera amalfitana

Dopo i recenti rinvenimenti a Pompei come non metterla nelle mete da fare al più presto? E visto che ci siamo, perché non organizzare anche un bel tour (su due ruote, nda) della costiera amalfitana? Chi di voi ci può dare un po’ di consigli? Quali posti vedere, dove dormire, cosa mangiare…


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