Trail “Alla scoperta del Bögn”

di Daniele

You’ll regret taking it under your belt, but you’ll be fully satisfied as soon as you’re at the top!

It happens, more frequently than you think. When you read the summaries of these trails, you can say, “2 hours and 4 km, not too demanding, easy walk.”

Let’s get in order.

I recommend parking in Riva usually. From there begins a pleasant walk along the lake where you can warm your legs for the first climb. On the way, you pass through a tunnel used by the old highway. Once we get out, we’re faced with the fantastic horrid. During the summer, this place becomes a veritable amphitheatre of people, including makeshift divers and various boats who come to admire it.

Ecco la posizione GPS

Parcheggio auto

Parcheggio moto

The walk continues and we finally reach the beginning of the trail. As I wrote, the first section has a good slope rich in vegetation. The trail is well marked by signs, but the trail is not so much beaten. You can easily intersperse the climb with a few stops, and using the excuse of the view from various heights, we catch our breath.

Slowly we are struck by the fantastic spectacle that can be seen between hairpin bends. At the top, and even during the descent on the other side, you can find picnic tables.

Slowly we are struck by the fantastic spectacle that can be seen between hairpin bends. At the top, and even during the descent on the other side, you can find picnic tables.

The descent, which is also steep and allows us to enjoy the view on the other side of the horrid and takes us closer to the car park.

Summing up a nice leg of about 2 hours between a few heavy breaths and a “look how nice from here.”

I leave the GPX track for those interested. traccia GPX

Sentiero “Alla scoperta del Bögn”

di Daniele

Rimpiangerai di averlo preso sotto gamba ma sarai pienamente soddisfatto appena sarai in cima

Capita, più frequentemente di quanto si pensi. Quando si leggono i riassunti di questi sentieri ti vien da dire: “2 ore e 4 km, non troppo impegnativo, passeggiata easy”.

Andiamo in ordine.

Consiglio di parcheggiare a Riva di solto. Da lì inizia una piacevole camminata lungo lago dove si possono scaldare le gambe per la prima salita. Durante il tragitto si passa da una galleria utilizzata dalla vecchia strada statale. Una volta usciti, ci troviamo di fronte al fantastico orrido. Durante l’estate, questo luogo diventa un vero e proprio anfiteatro di persone, tra tuffatori improvvisati e varie imbarcazioni che vengono ad ammirarlo.

Ecco la posizione GPS

Parcheggio auto

Parcheggio moto

Si prosegue la camminata e si giunge finalmente all’inizio del sentiero. Come scrivevo, il primo tratto presenta una buona pendenza ricca di vegetazione. Il sentiero è ben segnalato dai cartelli ma il percorso non è tanto battuto. Si può facilmente intervallare la salita con alcune soste, e usando la scusa della vista da varie altezze, riprendiamo fiato.

Salendo piano piano rimaniamo colpiti dal fantastico spettacolo che si può scorgere tra un tornante e l’altro. In cima, e anche durante il percorso di discesa sull’altro lato, si possono trovare dei tavolini per fare picnic.

Salendo piano piano rimaniamo colpiti dal fantastico spettacolo che si può scorgere tra un tornante e l’altro. In cima, e anche durante il percorso di discesa sull’altro lato, si possono trovare dei tavolini per fare picnic.

La discesa anch’essa ripida e ci fa godere della visuale sull’altra sponda dell’orrido e ci accompagna più vicino al parcheggio.

Tirando le somme una bella sgambata di circa 2 orette tra qualche respiro pesante ed un “guarda che bello da qui”

Lascio la traccia gpx per chi fosse interessato traccia GPX

O…come Otran…? no, come Oslo!

Una famosa canzone ci ha fatto rotolare verso sud, ma noi amanti del freddo rotoliamo molto volentieri anche verso Nord.

Per capire il motivo che ci ha spinto a scegliere Oslo come nostra meta dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Esattamente al momento della scelta dei regali di natale. Direte, che clichè regalare un viaggio… in realtà potrebbe essere cosi ma poi, più ci riflettevo più la trovavo un’idea geniale regalare il proprio tempo, che è una cosa finita, non una cosa che puoi raccogliere o comprare. Ma una cosa preziosa, che ogni secondo che passa ti viene portata via. quindi perchè non spenderlo nel migliore dei modi…

Bene, ora che abbiamo ben capito il perchè vediamo il dove… qui lasciamo perdere tutta la poesia incastrata fino ad ora e andiamo sul pragmatico. Skyscanner al mouse, inseriamo le date, aeroporto di partenza, destinazione “ovunque”, ordina per prezzo crescente e scorriamo fino a quando il prezzo era buono e la meta era interessante. In quel momento non sapevo che nessun altra scelta fu più azzeccata. Quindi, portafoglio in mano, clicca su prenota e poi conferma. Impacchettiamo il tutto e abbiamo salvato il natale come nei migliori film americani dove il protagonista ce la fa sempre!

Che bello, un’altra città da scoprire e iniziamo la progettazione. Emma più carica di me inizia ad incrociare dati di hotel, musei, trasporti e qui si scontra contro una realtà… gli aeroporti che servono Oslo sono due, uno vicino, circa 30 min l’altro invece quasi 2 ore di macchina. La famosa ricerca in pausa pranzo mi aveva portato ad imbattermi nell’aeroporto più lontano, ma leggerete più avanti che la “scelta” ha portato ad un ricordo piacevole di questa vacanza. Ancora sorrido mentre scrivo.

Bando alle ciance e parliamo di questo viaggetto e di questa città fantastica e molto accogliente. Atterriamo al piccolo aeroporto di Sandefjord-Torp, che appunto si trova a 120 km da Oslo, ma il viaggio in treno ci fa dimenticare della fatica. Una navetta gratuita ti porta alla vicinissima stazione dei treni. Praticamente una banchina affacciata ad un solo binario, da qui si può pretendere il treno diretto a Oslo città con circa 250 kr. Un percorso di 1 ora e 30 min immersi nella campagna innevata norvegese alternata da piccoli paese e città. Uno spettacolo! Qui ho scoperto che fra poco Emma diventerà il boss grazie alla signora che ci ha controllato i biglietti del treno. Una raccomandazione, il biglietto fatelo perchè i controllori ci sono e verificano che il biglietto sia ancora valido su tutto il percorso.

Arrivati ad Oslo puntiamo gli scarponi verso l’hotel per lasciare gli zaini ed incamminarci verso le meraviglie di questa città. Anche in hotel troviamo personale molto accogliente e che ci ha fatto sentire subito a nostro agio. Sarà una costante di questo breve, forse troppo, weekend in Norvegia. Non abbiamo trovato una singola persona che sia stata scortese con noi.

La prima sera passeggiamo in centro e vediamo il teatro dell’opera, sul quale ci hanno consigliato di camminare sul soffitto ma purtroppo essendo tutto innevato e ghiacciato non era consentito. Ci spostiamo verso il ristorante prescelto e ammiriamo stupiti le persone che si tuffano nel fiordo ghiacciato dopo aver fatto una sauna bollente… un po’ ho invidiato il calore provato poco prima del tuffo. Cenato da Bun’s Sørenga con un buon hamburger e pochi euro (il poco è relativo ai costi che abbiamo subito in questa città). Carichi ancora del viaggio camminiamo in cerca di un caldo bar fino a quando ci imbattiamo in Barcode StreetFood. Con estrema gioia capiamo che si tratta di una piazza al chiuso dove diversi locali offrono sia cibo che bevande…in Norvegia spopola fiver, che è una app dove puoi ordinare direttamente quello che preferisci e pagare direttamente… per registrarsi serve un account che risiede nel paese ma è possibile fare tutto anche come ospiti, c’è solo la fatica di dover ricordare il numero della carta di credito o altro per pagare. Una piacevole scoperta trovare cosi tanti locali che condividono lo spazio e rimanere al caldo pur passeggiando tra i corridoi e gli spazi aperti.

Nuovo giorno, nuovi chilometri da percorrere. Decidiamo di comprare l’Oslo pass per due giorni che ti permette di visitare una marea di musei e siti di interesse, utilizzare i mezzi pubblici nell’area 1 e 2 ed ottenere dei buoni sconti nei ristoranti convenzionati, delle volte è necessario utilizzarli per non soffrire troppo durante il conto. Partiamo visitando il National theatre, un museo enorme dove si possono trovare un sacco di opere, tra le quali il famoso urlo di Munk (che non si trova al museo omonimo). Spendiamo molto volentieri un paio d’ore al suo interno dopo aver visitato Asturp e visto l’alba dall’ Astrup Fearnley Museum of Modern Art, una magia.

Usciti dal museo ci dirigiamo verso il museo del folclore, dove è stato ricostruito un intero villaggio con usi e costumi dell’epoca precedente. Dentro questo villaggio si possono trovare altri 3 musei, il farmaceutico (chiuso durante questo periodo), quello sulla cultura Sami e sulla storia norvegese.

Cala il sole e ci scaldiamo con una cioccolata calda nel vicino bar fino all’arrivo del bus che ci porterà a visitare il museo Fram. Bellissima scoperta sulla vicenda del passaggio a Nord Ovest con la ricostruzione delle navi Fram che si sono spinte nel profondo nord. Se siete ad Oslo una visita è d’obbligo. Ammaliati dall’imponenza di queste navi saliamo sul pullman che ci riporta in hotel per una doccia bollente.Alla sera abbiamo prenotato da Rorbua per una cena a base di sapori della norvegia, salmone, renna, alce e balena la fanno da padrona. Anche qui viene comodo l’oslo pass che ci permette ben di ottenere uno sconto del 20%

Sabato mattina partiamo in direzione Oslo Domkirke, dove abbiamo super apprezzato il caldo al suo interno. Prima però tappa nel negozio di souvenir per recuperare un paio d’oggetti e una calamita da appendere sul frigorifero a casa, che però non abbiamo trovato. Rimettiamo gli scarponi in strada e arriviamo alla cattedrale. A primo impatto sembra spoglia e poco accogliente ma, la vera sorpresa l’abbiamo alzando lo sguardo. Qui possiamo trovare tutto il soffitto dipinto raffigurando i momenti salienti della bibbia. La giornata prosegue a Grunerlokka, quartiere residenziale verso nord est dal centro della città, dove entriamo nel Naturhistorisk museum ad ammirare la storia degli animali tipici del territorio e non solo. Questo museo è particolarmente apprezzato dai bambini, poiché ricco di attività interattive. Ci spostiamo verso il museo della storia e poi nel museo intitolato a Munch. Particolare attenzione bisogna prestare alla cena. Andiamo da Elias.

Ci sediamo ed ordino una vellutata con crema di latte e semi di zucca, mentre Emma decide per una bruschetta al salmone. Ci troviamo d’accordo sul gusto meraviglioso del salmone e io non vedo l’ora di assaggiare il filetto che ho previsto come secondo. Infilo la forchetta tra le fibre del pesce, lo avvicino alla bocca ed un’esplosione di sapori mi si apre tra palato e lingua. Ottimo piatto, consigliatissimo. Finalmente Emma riesce ad assaporare la tanto agognata zuppa di pesce, e anche lei rimane estasiata dal sapore. Abbandoniamo il ristorante con la convinzione di volerci ritornare prima o poi. Ci accoccoliamo nella hall dell’hotel, e come rituale ordiniamo un the caldo.

Quarto e purtroppo ultimo giorno. Decisi più che mai di trovare i souvenir richiesti da casa. Delusi da non essere riusciti ad esaudire i desideri italici proseguiamo la nostra visita verso Vigenland park. Qui perdiamo il conto delle statue presenti in questo fantastico parco, che nonostante il freddo troviamo affollato e frequentato.

Vi lascio il link di wikipedia dove viene spiegato benissimo e in brevi righi la storia e il suo significato. Il freddo di questi giorni è stato anomalo anche per i locals che ha toccato i -31°C. E’ arrivato il momento di recuperare i souvenir. Del famoso diorama (che in realtà non è il nome esatto) non c’è nessuna traccia, sembra ormai appartenere ad un’epoca passata. Tantè che anche gli addetti dei negozi non riescono a capacitarsi della nostra richiesta. Ripieghiamo su prodotti più classici dentro il negozio di Way Nor. Purtroppo è arrivato il momento di recuperare gli zaini e tornare in Italia. Norvegia ci rivedremo presto, è una promessa!

L’attesa è stata lunga ma finalmente ci siamo

Quando riapri quel cassetto dove hai messo via qualcosa che hai curato per un po’, trovi sempre delle sorprese dal sapore dolceamaro. Articoli di viaggi hanno fatto riaffiorare dei bei momenti di vita vissuta e quella nostalgia di amici ormai lontani che sono così importanti anche se per poco tempo.

Ho voluto fare questa piccola premessa per mettere nero su bianco quanto è costato, per lo meno a noi stipare per qualche tempo questo blog. Purtroppo il tempo a disposizione è stato sempre meno in questi 2 anni e ci sono state delle grosse novità. Ma mi sono promesso che nel 2024 sarei tornato su questi canali, un po’ in controtendenza rispetto a social più blasonati, con tutta l’intenzione di continuare a scrivere di quello che ci piace fare.

Bando alle ciance o ciancio alle bande (vediamo chi riconosce la cit) ci stiamo preparando per conoscere un nuivi posto. Come tutte le sere prima del viaggio un po’ di ansietta e frenesia non permettono di prendere sonno velocemente, anche perché lo zaino non ha intenzione di riempirsi da solo.

Devo ringraziare Emma che si è prodigata ad organizzare tutto nei minimi dettagli e non vedo l’ora di seguirla in questa avventura

Vi lascio con una foto-spoiler sulla prossima meta… ci sentiamo sul ritorno o ci vediamo in viaggio.

Il campanile di Curon: come nasce una leggenda

di Emma Crescenti

Da tempo l’avevamo inserita nella “to do”, anzi “to see list”. Le vedute di Curon e del suo campanile sommerso, che spicca dalle acque pacifiche del lago di Resia, sono un richiamo irresistibile per chiunque ami la montagna, il panorama e il folklore del Trentino Alto Adige. Quando poi ha debuttato sul piccolo schermo nella serie tv Curon, piccolo gioiello dell’horror/mistery italiano distribuita su netflix nel 2020 (per chi non l’ha ancora vista, è tempo di farlo!) la curiosità è schizzata alle stelle.

In perfetto Alberto Angela’s style partiamo con un po’ di divulgazione. Perché dietro l’immagine da cartolina, dietro la cuspide che ha regalato al borgo fama e notorietà, c’è una storia che di idilliaco ha ben poco: è così immergendosi nel lago, dove riposa ciò che resta della vecchia Curon, si scopre che dietro la fiaba si nasconde la cruda realtà dove il “bad guy” è il progresso e la sua vittima una comunità costretta a ricostruirsi altrove, seppur solo qualche metro più in là.

Il campanile di Resia: come nasce la leggenda

Il lago di Resia, come lo conosciamo ora, è frutto dell’unione di due laghi: quello di Resia, per l’appunto, e quello di Curon. Nel 1939, cavalcando la spinta nella produzione di energia idroelettrica, avviata dal Governo già dagli anni Venti, al consorzio Montecatini fu dato il nulla osta per la realizzazione di una diga che avrebbe innalzato il livello delle acque di 22 metri, sommergendo di fatto l’antico abitato di Curon e parte di quello di Resia. Congelati dalla Seconda Guerra Mondiale, i lavori ripresero nel 1947: a nulla servirono le proteste degli abitanti dei due borghi contrari ad abbandonare le proprie case. Nel giro si tre anni decine e decine di case furono demolite con l’esplosivo prima che la conca fosse completamente allagata, mentre il paese fu ricostruita più a monte, rinominata Curon Venosta: unico sopravvissuto fu il campanile trecentesco della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.

Testimone della storia e delle trasformazioni delle valle, la torre è al centro anche di molte leggende. Una di questa racconta che nelle notti d’inverno, quando il vento soffia sul lago ghiacciato, si sentano suonare le campane del campanine. Campane che, però, furono rimosse nel 1959.

Una giornata fra Curon e Resia

Seguendo la voce delle campane siamo arrivati sul lago di Resia a inizio febbraio, ospiti dell’Hotel Alpenjuwel di Melago, l’ultima frazione di Curon Venosta, quasi al confine con l’Austria. Stanza e bagno erano piccoli ma accoglienti, ottima invece la scelta delle mezza pensione con colazione a buffet e una cena gourmet di cinque portate che, lo ammettiamo, ci ha lasciato davvero stupiti: caro chef, per la tua cucina altoatesina il voto è “diesci”. Per rilassarsi la struttura ospita anche una piscina con idromassaggio e una piccola sauna.

Il sabato inizia presto e non ci scoraggiano nemmeno i -17 gradi che come aghi iniziano a pungere una volta lasciato l’hotel di prima mattina. Armati di guanti e doppia calza, affrontiamo la discesa verso il centro di Curon, per poi parcheggiare a pochi passi dal grande parco. Da lì parte una breve passeggiata e superata la collina su cui sorge la chiesetta di Sant’Anna la vista si apre sul campanile sommerso: una visione tanto suggestiva d’estate, ancor più d’inverno quando il lago completamente ghiacciato quasi ti invita ad avvicinarti per toccare con mano la leggenda. Venti metri più sotto, per i resti del vecchio borgo il tempo si è fermato agli anni Cinquanta. La vista è più che suggestiva, le gambe ci portano verso l’interno del lago per scattare foto d’effetto che però non rendono giustizia al panorama. Siamo solo due puntini in mezzo a un’immensa coltre bianca, abbracciata dai monti e sporcata solo dalle scie di chi, il giorno prima, aveva sfrecciato sul lago facendo  kitesurf. Una magia che lascia senza parole finché, notata una crepa nel ghiaccio, spuntano i brividi (non di freddo) e in fretta e furia riguadagno la sponda del lago. Daniele mi segue, scuotendo la testa rassegnato.

La tappa è successiva è la frazione di Resia, che come Curon e le altre località della valle vive soprattutto di turismo, pastoria e dell’industria del legname. Lungo la via si aprono soprattutto alberghi e negozi tipici, da cui usciamo carichi di speck e Lagrein, “il miglior vino rosso di questa zona”, commenta l’amico commerciante con un sorriso e un marcato accento tedesco. Poi tappa al Mein Dörfl, il ristorante affacciato sul lago, per un pranzo a base di birra e canederli, la piccola escursione fino alle sorgenti dell’Adifg e un giro del lago e una tazza di cioccolata, finché il sole non sparisce dietro le montagne, il segno che è tempo di rientrare.

Tappa a Burgusio, Glorenza e Merano

La domenica il tragitto verso casa è scandito da una serie di tappe a ritroso lungo la Val Venosta.

A Burgusio, frazione di Malles Venosta, il castello medievale del principe racconta una storia cominciata alla fine 1200 e mai conclusa: più volte restaurata, la rocca nel corso dei secoli è stata adibita alle più disparate attività, da tribunale a ricovero di fortuna, da caserma e prigione a fabbrica di birra fino a diventare la sede di una scuola professionale per l’agricoltura di lingua tedesca.

Poco più sù, sentinella della cittadina è l’abbazia di Monte Maria,  monastero benedettino che sorge a 1.335 metri intorno al quale si estendono i vigneti più alti del nord Europa e il Sentiero delle Ore, patrimonio culturale dell’Unesco.

Piccolo gioiello dell’architettura tardo-medievale è invece Glorenza, dove veniamo accolti in pompa magna con tanto di banda e rievocazione storica. Considerato uno dei borghi più belli d’Italia ebbe un ruolo da protagonista durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto fu costruito un sbarramento per impedire al nemico di invadere il territorio dal Passo di Resia. Ultima tappa invece a Merano, a chiederlo è stata la pancia: ci ricarichiamo con stinco e birra al Forserbrau, prima di tirare verso casa.

E’ stato bello, anzi bellissimo. I paesaggi da sogno dell’Alto Adige sono scolpiti nella mente, così come il campanile e la triste storia di Curon. Sicuramente ci torneremo: quando, sciolto il ghiaccio, la valle e i suoi borghi torneranno a fiorire.

Non vediamo l’ora di… Islanda

Sono mesi ormai che non scriviamo più dei nostri viaggi. Prima per un motivo, poi per un altro: aggiungiamo che il Covid-19 non aiuta di certo e caliamo l’asso con una quarantena, prevedibile sì, ma sicuramente non cercata! Ma è stato proprio l’essere costretti in casa a risvegliare la voglia di andare oltre alla quotidiana routine e condividere con voi qualche avventura. Di progetti e di viaggi nel cassetto ce ne sono a bizzeffe, ma gli occhi ora sono puntati solo verso una meta: la bella (e fredda) ISLANDA!

Sperando che la combo maiuscolo e punto esclamativo riesca a enfatizzare al massimo quanta determinazione ci sia.

Diciamo la verità. Ognuno nel suo Io convive con un lato ossessivo compulsivo che nel nostro caso si è tradotto nel rovistare quasi ogni giorno siti su siti alla ricerca delle migliori offerte sui voli: addirittura ci è capitato di scorgere un volo andata e ritorno a meno di 100€. C’era una “piccola” tappa da fare in Finlandia di qualche ora, ma che problemi ci sono a parte 8 ore in aeroporto. Per l’Islanda questo e altro.

Sono mesi ormai che cerchiamo le informazioni necessarie per pianificare il miglior tour da fare, accompagnati e no, ma questo purtroppo non aiuta perchè siamo indecisi più che mai se optare per il giro massiccio oppure concentrarci su una determinata zona. Da qualche parte però bisogna pur iniziare e lo facciamo navigando in internet perchè si sa: il viaggio comincia sempre da Google. Alcuni blog consigliano di dedicare il giusto tempo a quest’isola fantastica, che vuol dire tutto e niente. Andiamo più sul concreto.

Ci affascinano tantissimo la natura e paesaggi nordici, quindi opteremo per un viaggio che ci possa permettere di stare a contatto con al natura al 100%: per questo, sfogliando guide e andando a caccia di consigli nel mare del web, abbiamo selezionato alcune tappe che ci piacerebbe includere nel nostro viaggio.

Circolo d’oro: per la maggior parte delle persone che hanno camminato su questo trekking, è un must have. Questo sicuramente entra a pieno titolo nella lista delle cose da vedere.

Proseguiamo aggiungendo la Valle Thórsmörk e Landmannalaugar. Molto probabilmente andremo d’estate (evitando Agosto visto che sembra impossibile trovare alloggi in quel periodo) e per questo motivo vorremo vedere questo luogo maestoso dal nome altrettanto epico: letteralmente, la valle di Thor, che certamente non ha bisogno di presentazioni nemmeno fra i meno nerd. Sicuramente non riusciremo a fare il trekking di Laugavegurinn che unisce le due vallate: se l’idea è di fare un viaggio di una decina di giorni, i 55 chilometri del tragitto non si sposano ne con il tempo ne con le gambe che, ahimè, non sono così allenate.

Come non aggiungere poi una bella visita alla penisola di Snæfellsnes con il suo ghiacciaio-vulcano Snæfellsjökull, dal cui cratere erano entrati i protagonisti del Viaggio al centro della terra di Jules Verne, o un bel giro nella laguna glaciale Jökulsárlón  per ammirare il più grande ghiacciaio d’Islanda Vatnajökull? Infine, sulla tabella di marcia, non possono mancare le cascate di Seljalandsfoss e Skógafoss. Segniamo sulla lista, dunque.

Anche se probabilmente non potremo vederli come si può non menzionare l’aurora boreale e le grotte di ghiaccio? Quest’ultime sono presenti solamente d’inverno, poiché anche l’estate in Islanda è meno fredda e le grotte spariscono.

Certo, sono solo idee da tenere in considerazione. Ma intanto, almeno nella nostra mente, iniziamo a costruire il nostro viaggio alla scoperta del Nord. Magari anche con un bel tour sulle motoslitte!

Toccata e fuga in Toscana

di Emma Crescenti

La sognavamo ormai da tempo. Per noi, amanti dei sapori e dei luoghi imbevuti di cultura, la Toscana era ben più di uno smartbox nel cassetto, quanto una vocazione. Quel “e se andassimo?” tanto rimandato che alla fine si è tradotto in un mini viaggio alla scoperta della Maremma e della terra del vino. Siamo partite con pochi risparmi e una manciata di giorni a disposizione: siamo tornate con il conto in rosso (almeno io) ma ricche di un’esperienza indimenticabile in una delle regioni più belle di tutta Italia.

Dal cielo di Pisa alla terra degli Etruschi

La voglia di mare è evidente, straborda dalla valigia assieme ai costumi e alle creme solari, ma non vogliamo nemmeno perderci l’arte che la Toscana ha da offrire. La rotta verso Rosignano Marittimo, la nostra prima destinazione, viene arricchita da una tappa a Pisa: un po’ perché è già di strada (lo ammettiamo) un po’ perché “e vediamola ‘sta benedetta torre pendente!”.

Qualcuno sostiene muri invisibili, qualcuno addirittura si sdraia per terra a caccia di prospettive sempre più creative. La passeggiata lungo Piazza dei Miracoli, il fulcro storico artistico della città che ospita il Duomo, il battistero e il campanile più famoso d’Italia, si rivela molto più divertente di quanto prospettato. Per immortalare la nostra visita a uno dei monumenti simbolo d’Italia, per paura di sfigurare davanti agli artisti di strada improvvisati (per fortuna che ci siete voi a sostenerla la torre, raga) optiamo per un classico selfie. Poi dritti al ristorante dove la nostra idea di un piatto fresco e leggero per sfuggire ai 40 gradi lascia il posto a bruschette e pici con la salsiccia una volta aperto il menù.

Di nuovo in macchina, dopo un piccolo qui pro quo con il casello autostradale che ci costringe ad allungare la strada di venti minuti, eccoci a Rosignano Marittimo. Abbandoniamo le valige e ci dirigiamo verso Castiglioncello, parcheggiamo al parco del Castello Pasquini e tempo 10 minuti siamo in spiaggia a goderci il sole e l’acqua limpida e pulita, programmando le giornate successive. A darci una mano è un simpatico esemplare di toscano autoctono che nascosto dietro gli scogli non si era perso una parola della nostra conversazione: grazie dei consiglio, amico, però è stato comunque inquitante: #sapevilo.

Dal sole di Solvey alla tavola di Raffaele

Poche storie, oggi la giornata è dedicata solo a mare, sole e relax. Ce lo meritiamo, così come gli insulti per aver scelto di passarla lungo la costa di Rosignano Solvey, sulle cosiddette Spiagge Bianche. Sono chiamate anche i Caraibi d’Italia e il motivo ci è chiaro fin da subito: la spiaggia si estende per più di una chilometro, è ampia e chiarissima; il mare è azzurrisimo, la sabbia candida. Un vero e proprio spettacolo finché non ti giri e davanti agli occhi compare il motivo di tanta bellezza: lo stabilimento della Solvey, azienda attiva nel settore chimico, i cui scarichi hanno contributo a creare l’effetto tropici.

Ben attente a fissare solo il mare, ci godiamo il momento. Nè lo shooting a cui mi (e si) sottopone Federica, nè la discoteca improvvisata della famiglia dell’est che si accampa poco lontano (anche perché poi sono venuti in nostro soccorso per il solito problema tecnico con l’ombrellone), nè il vento che a una certa decide di farci assaggiare la spiaggia rovinano l’atmosfera. E così, togliendoci la sabbia dalla faccia e dal costume, iniziamo a programmare la cena.

La scelta cade sull’osteria Il Sigillo, un piccolo locale in cima a Rosignano Marittimo. A convincerci è proprio l’oste, Raffaele, e le sue risposte senza peli sulla lingua a qualsiasi recensione vagamente negativa pubblicata su Tripadvisor. Invece che andare al “mecchendraiv”, come suggerito a chi mal sopportava l’attesa delle pietanze, ci sediamo al tavolo e ci facciamo consigliare un buon vino in attesa dalla cena, un trionfo di panzanella, crudo toscano e gnocco fritto, pici e fiorentina. Niente da dire. Solo chapeau.

Dai borghi dei poeti alle cucine componibili

Ci svegliamo respirando cultura. In programma per la giornata c’è infatti un tour nell’entroterra meremmano alla scoperta dei borghi medievali. Ad accoglierci è Bolgheri e il suo Viale dei Cipressi, reso celebre dai versi che Giusuè Carducci gli dedicò nella poesia Davanti a San Guido. Suvereto, che non a caso si è guadaganto un posto fra i borghi più belli d’Italia, con il resti imponenti della Rocca Aldobrandesca ci fa sentire piccole piccole. Castagneto Carducci, che si erge su un colle fra stradine e scalinate antiche, chiude in bellezza la mattinata culturale.

Vaghiamo alla ricerca di una spiaggia dove riposarci per il resto del pomeriggio. “Andate a San Vincenzo” ci dice l’aiuto del pubblico: “non andateci mai” ribattiamo noi, che dopo un quarto d’ora in cerca di parcheggio e una lunga camminata sotto i 40 gradi del mezzogiorno, giriamo le spalle a spiaggia e mare sporchi per tornare verso le rive di Rosignano. Ci fermiamo a Vada, altra località nota per il mare limpido. Arrivarci ha richiesto un altro sforzo (i parcheggi liberi sono lontani) e l’idea di rilassarci come il giorno prima sfuma alla vista del litorale super affollato. Riusciamo comunque a guadagnarci un buco proprio davanti alla tendopoli allestita da una famiglia filippina. E mentre loro a momenti sembrano essere pronti a tirar fuori una cucina componibile noi optiamo per il digiuno dato che Federica (che dalla sera prima aveva tentato di boicottare il mio farro) si accorge di aver lasciato le posate a casa. E vabbè, c’è più tempo per prendere il sole.

Innamorate di Volterra e San Gimignano

Il ritorno a Brescia è inevitabile, ma anziché fare dietro front per la stessa strada optiamo per un percorso diverso e ci addentriamo nell’hinterland . Volterra, la nostra prima tappa, compare in mezzo al nulla all’improvviso, come una visione. “Secondo me è a 2.000 metri” dice Federica, che con l’altitudine non ha molta confidenza: ma mi piace pensare che a confoderla sia stato il panorama perché, davvero, è mozzafiato. La città meriterebbe un’intera giornata, ma ahimè il tempo è poco e non possiamo fare altro: e mentre giriamo ammirando il centro apparentemente senza meta, troppo orgogliose per ammettere che entrambe stavamo cercando la fontana del film New Moon (monumento che, abbiamo poi scoperto, si trova in un’altra località) mi trovo a pensare: “Volterra, ma quanto cazzo sei bella?”.

San Gimignano è la tappa per il pranzo, ma prenotare un tavolo al ristorante la domenica è peggio di cercare un biglietto per un concerto dei Coldplay. Dopo una lunga salita verso il borgo affrontata sotto il sole e un giro veloce del centro, una piccola meraviglia medievale, dopo aver programmato la nostra partecipazione alle prossime elezioni comunali (il Municipio affrescato è davvero bello), ci sediamo al tavolino di un bar per un pranzo veloce a base di TUTTOQUELLOCHEC’E’SULMENU’ perchè avevamo fame. Il portafoglio ormai è vuoto e la carta di credito grida pietà, ma come si fa a non entrare in quella piccola bottega per comprare una bottiglia di vino ricordo? Le altre 3 invece sono colpa dell’accento del titolare, perché quando sento parlare toscano non capisco più niente.

Dopo Certaldo Alto, Vinci è l’ultima meta prima di imboccare l’autostrada in direzione casa. O meglio Anchiano, la frazione celebre per aver ospitato il genio del Rinascimento, Leonardo da Vinci. Sul colle si staglia infatti la casa natale dell’artista e inventore, celebre in tutto il mondo, e un piccolo museo con la replica delle sue opere pittoriche più importanti. Il modo perfetto per concludere la nostra avventura in Toscana.

Corfù: che spettacolo!

di Daniele Mafezzoni

Il primo viaggio con WeRoad non si scorda mai, soprattutto se al tuo fianco ci sono gli amici di sempre. Io e Pietro ne abbiamo parlato per mesi e tra un trekking e l’altro su e giù per le montagne della Lombardia, dopo aver passato in rassegna tutte le metà offerte dall’agenzia, alla fine, in maniera del tutto “spontanea”, ha deciso di accompagnarmi a Corfù.

Giorno 1 – Pronti, partenza, si vola

Optiamo per un volo economico da Bologna, ma che ci costa 2 ore di macchina. Arrivati in aeroporto conosciamo Martina, Maddalena e Duccio, che ci racconta di come il visual merchandising l’abbia attirato a spendere le 8mila ore di anticipo sul volo nel negozio di Yamamai.

Una volta atterrati, è subito “Fast&Furious” capitolo Corfù. Sottotitolo: “Come i tassisti corfioti vogliono fare a gara su chi arriva prima in hotel”. Finito il rally, conosciamo il resto della ciurma. Tutti tranne Ciccio, che ha ben pensato di non svegliarsi la mattina e fare tappa a Madrid. Ma alla fine ci si rincontra sempre e decidiamo di brindare nel bar a fianco all’hotel. L’imbarazzo iniziale ben si sposa con la voglia di provare tutti gli amari di questa nuova terra, con risultati prevedibili e soprannomi che è meglio non ricordare in queste righe…

Giorno 2 – Un tuffo nel Canal D’Amour

Ci muoviamo lentamente (complice la sera del giorno prima) verso Sidari e il Canal D’amour . La leggenda narra che le coppie di innamorati che nuotano lungo il canale dalla spiaggia fino al mare aperto vedranno il loro amore non aver fine. Noi, per suggellare questa nuova amicizia, l’abbiamo affrontato in massa.

Alla vista di alcuni ragazzi che si tuffano dalla scogliere l’adrenalina comincia a salire e così, armati di coraggio e di un pizzico di sana ignoranza, ci siamo buttiamo pure noi. Un tuffo in un nuovo luogo è sempre molto emozionante.

Al pomeriggio ci dirigiamo verso Logas per godere di un’altra spiaggia e più tardi saliamo la scogliere per ammirare un fantastico tramonto sorseggiando della Mythos.

Giorno 3 – Glifada

Accendiamo le macchine e impostiamo la rotta verso Glifada, dove ci aspetta una mattinata all’insegna di relax e mare: la sfida a schiaccia sette in acqua è d’obbligo. Le amicizie costruite a suon di Ozu e Mythos vengono subito distrutte dall’agonismo del beach volley, ma con grandissimo sforzo le restauriamo con il mojito servito in spiaggia sotto i gazebi. La giornata non è finita e decidiamo di darci agli sport acquatici: e via di ciambella galleggiante, bananone, moto d’acqua e parakite. Vengo via con le braccia stanche e con il rimpianto da bambino che non li ha provati tutti, ma non troppo da togliermi il sorriso. A ristorarci ci pensa la cena tipica a base di di tsatsiki, gyros e l’immancabile mythos.

Giorno 4 – Paleokastritsa

Ci infiliamo di nuovo in macchina e ci dirigiamo verso Paleokastritsa: qui lasciamo i bagagli nel monastero che sovrasta il villaggio dal vicino promontorio. Nel pomeriggio ci spostiamo alla spiaggia con tanto di porticciolo, bar molto in voga e un’altra scogliera. Indosso il costume, pronto per il secondo tuffo “acrobatico” della settimana. Fedele al mio stile assai riservato, decido di farlo sapere a tutto l’entroterra urlando un AAAAAAAHHHH!

Risaliti dalla spiaggia, è tempo di sorseggiare un bel bicchiere di Campari. Poi la barca ci porta a Paradise Beach, un angolo di paradiso in questa Corfù molto frenetica.

Giorno 5 – Issos Beach

Oggi Issos Beach. Per raggiungerla bisogna scendere una scogliera, viaggio che affrontiamo carichi di beni di prima necessità: vale a dire un numero indefinito di frutta, birre, qualche anguria e anche dei panini sapientemente preparati “razziando” la colazione a buffet dell’hotel. La fatica viene ripagata dall’acqua stupenda, ma freddissima. Decidiamo di fermarci tutto il giorno e, non contenti, torniamo a Logas per ammirare il tramonto che illumina la costa greca.

Giorno 6 – Paxos e Antipaxos

Destinazione Corfù town, pronti a salire sul nostro traghetto diretto verso Paxos. Sono pochi chilometri quadrati di costa, ma osservandola capiamo subito perchè, secondo la mitologia greca, Poseidone decise di divederla da Corfù per creare il suo nido d’amore con Anfitrite. Spiaggie e acqua a dir poco incantevoli che raggiungiamo a seguito di una breve tappa a Antipaxos, altro paradiso delle isole ionie.

Qui pranziamo e, complice il tempo nuvoloso, passiamo il resto della giornata passeggiando tra i vicoli ammirando la cittadella e facendo shopping.

Giorno 7 – Full immersion nella cultura

Oggi cultura e caldo, tanto caldo. Come ogni mito greco che si rispetti, l’eroe un poco deve soffrire: e così Irene, la nostra guida, ci “condanna” a visitare il palazzo d’estate della principessa Sissi e la Fortezza Veneziana. Le venete del gruppo a suon “gnanca omo” ci spingono fino in cima, dove si staglia anche la chiesa di San Giorgio (anche se a me sembra più un tempio riconvertito). Qui gettiamo la spugna e cerchiamo refrigerio sulle panche dell’edificio. Per chi non sapesse il veneto (ho dovuto farmelo tradurre anche io) il “gnanca omo” è una sfida che nessuno può rifiutare!

Il pomeriggio lo spendiamo nei vicoli della città vecchia, cercando sollievo tra una birra e della granita azzurra.

Giorno 8 – The end

Purtroppo come tutto ha un inizio, ha anche una fine. E così, dopo giorni di puro divertimento, è il momento dei saluti. C’è chi pare prima, chi un po’ dopo, ma tutti lasciamo a Corfù un pezzo di cuore e la convinzione di volersi rivedere il prima possibile.

Grazie mille a Irene, Elena, Cecilia, Maddalena, Martina, Chiara, Samuele, Andrea, Andrea, Mattia, Duccio, Ciccio, Federico, Luca, Riccardo e a Pietro, che mi ha supportato nella scelta del viaggio!

Giordania: una terra da riscoprire

Non ho dovuto pensarci troppo, questo è certo. Ero appena rientrato dalle vacanze estive a Corfù, una settimana di mare e esplorazioni con un gruppo fantastico conosciuto grazie a Weroad, un’esperienza che consiglio a tutti di fare almeno una volta nella vita (io sono arrivato a quota 3, ma credo che il conto continuerà a salire). Ancora carico per il viaggio ho subito controllato la home del sito e in meno di una settimana, passando in rassegna le numerose mete proposte, ho scelto e prenotato la mia avventura. Si vola verso la Giordania, una terra piena di storia e culla della nostra civiltà, resa celebre anche grazie alla filmografia: in tanti ricordano un Harrison Ford che, nei panni di Indiana Jones, cerca di recuperare il santo Graal addentrandosi nel monumento di Petra.

Giorno 1

Si parte con la faccia e la vivacità di chi ha dormito sulle comodissime poltrone di Orio al Serio, ma il cuore è pieno di entusiasmo per la nuova avventura che ci aspetta. Appena atterrati ci informiamo su cosa fare e dove andare per entrare nel Paese: una volta espletati tutti i convenevoli e formato il gruppo dei “weroaders” ci troviamo nell’atrio dell’hotel e mentre beviamo un cocktail di benvenuto discutiamo delle nostra vacanza. Iniziamo con un tour per la città di Amman: un caleidoscopio di colori, sapori e rumori che ci avvolge per tutta la giornata.

Giorno 2

Si inforca lo zaino e si parte, oggi in calendario c’è un po’ di trekking. Destinazione: il parco del Wadi AlMujib. L’idea di darci al canyoning sfuma in fretta a causa del rischio piogge (tipico a novembre, anche se che il cielo sembra essere ben lontano dal voler piovere), quindi ci accontentiamo di andare su per i monti a scoprire gli ibex, una razza di capre autoctone da cui deriva il nome del trail che stiamo percorrendo: e così riaffiorano i racconti di Francesco in un bar molto ambiguo, storie di cui Laura, la nostra coordinatrice, sicuramente si ricorderà molto bene.

Una volta in cima la vista e pazzesca: all’orizzante si stagliano la Cisgiordania, un pezzo d’Israele e tutto il mar Morto, la seconda tappa della giornata. Scendiamo veloci e ci facciamo accompagnare alla spiaggia per un trattamento “di bellezza” ai fanghi naturali e ci divertiamo cercando di andare sott’acqua. L’alta concentrazione di sale, infatti, impedisce le immersioni in profondità, almeno per chi è senza attrezzatura: e così molliamo la spugna e ci lasciamo cullare dal mare. Una volta usciti, mentre l’acqua evapora ci accorgiamo che ascoltare i consigli di chi vive da queste parti è sempre meglio: ci affrettiamo a tuffarci sotto la doccia perchè il sale che ti rimane sulla pelle BRUCIAAAAA!

Giorno 3

Ritorniamo in pista con una visita al castello di Kerak e a Petra, una delle sette meraviglie del mondo.

Del primo non rimane molto: nato come castello pagano, poi diventato sede dei crociati, è il secondo in Giordania per dimensioni. Dopo quello Siriano è il più importante di tutto il medio oriente, era considerato praticamente inespugnabile e per questo rappresentava uno dei luoghi più strategici del Paese. Ci mettiamo di nuovo in cammino per la prossima tappa, Little Petra, conosciuta per le abitazioni caratteristiche scavate nella roccia dal popolo dei nabatei che il giorno successivo troveremo anche a Petra, ma in dimensioni maggiori. Ci lasciamo affascinare dal tramonto che colora le rocce e cerchiamo dei buoni affari nelle bancarelle gestite dai beduini all’ingresso del sito: sono partito dall’Italia senza occhiali da sole e li sto cercando praticamente dal primo istante che ho messo piede in Giordania. Rispolvero le mie doti di contrattazione, ma i beduini sono tosti e meno di 15 Jod (poco più di 20 euro) non mi lasciano nulla. Nada, i miei occhi soffriranno ancora per un po’. Al Wadi ci ospita per la notte, ma tempo di rifocillarci è già siamo pronti per ripartire: ci aspetta Petra by night.

Non esistono parole per descrivere questa esperienza. Già all’ingresso del sito, patrimonio dell’Unesco, ci avvolge l’atmosfera antica che trasuda da tutte le rocce. La luna piena illumina la via aiutata dalle fiaccole appositamente accese per i turisti. Ci avviciniamo al tesoro (la facciata del sito) e all’improvviso nel canyon rischiarato dai piccoli fuochi risuona la voce di un flauto: l’immersione è totale. Se venite in questo Paese super accogliente non potete perdervelo.

Giorno 4

Oggi tutto dedicato a Petra. D’altronde come si fa a non spendere l’intera giornata salendo e scendendo dalle rupi di questo parco. La parte più famosa è il tesoro, ma in realtà oltre all’iconica facciata c’è molto altro. La nostra guida ci sfida dicendoci che in pochi riescono a salire su tutte le vette, ma non ci tiriamo indietro ed è subito “challenge accepted”. Camminiamo, ci arrampichiamo, mi dono in “sacrificio” per avere la forza di tornare giù dalla rupe e addirittura provo a bere una birra in una terra dove l’alcol è bandito.

Torniamo madidi di sudore e con la stanchezza nelle gambe, ma questo luogo ci ha regalato delle emozioni indescrivibili. Non solo siamo riusciti nell’impresa, ma ci siamo pure regalati un tramonto sopra uno dei canyon di Petra.

Giorno 5

Ci concediamo una dormita un po’ più lunga, consumiamo la nostra colazione con calma e partiamo, pronti ad affrontare il deserto del Wadi Rum.

Raggiunto il punto di imbarco saliamo su delle jeep dalle quali ammiriamo il paesaggio intorno a noi. Alcuni invece hanno preferito i cammelli per godersi appieno cosa vuol dire vivere il deserto. Arriviamo a una tenda beduina dove ci viene servito del ottimo tè. Chi non ama mettere lo zucchero dovrà farsene una ragione, non hai possibilità di scelta: il tè beduino deve essere super dolce! Ci ristoriamo con dei panini comprati poco prima e poi ci rimettiamo in marcia per addentrarci nel cuore del deserto. Arriviamo a una rupe e qui scatta la “dronata” per la felicità di Alessandro. Risalire le pendici di questa roccia non è difficile, ma sicuramente non deve darvi fastidio la sabbia, che si insinua dappertutto. Se tenete duro, la vista dalla cima è un ottimo palliativo. Un mare di sabbia e di rocce circonda il tutto, un’infinita distesa color arancione: e sembra che non abbiate mai desiderato altro. Per tutto il tempo che rimango sopra questa roccia mi rimbalza in testa la canzone del Re Leone, ma purtroppo non ho nessun cucciolo con me al quale annunciare che tutto questo un giorno sarà suo.

Proseguiamo il viaggio e arriviamo al nostro alloggio notturno, un complesso di tende dove servono anche la cena. Più in là nella serata scopro che nel deserto ci sono animali “influencer” ai quali piacciono le mie ciabatte alla moda e di colpo me ne devo privare perchè inutilizzabili.

PS. gli occhiali sono riuscito a trovarli a Petra a 10 Jod, ma avrei pagato anche di più: il beduino, appena inforcati, ha esclamato ” you look awesome!”. Una gratificazione per il mio (smisurato) ego.

Giorno 6

La sveglia scatta prestissimo, vogliamo goderci l’alba nel deserto. Una volta sopra l’ennesima rupe l’entusiasmo è palpabile, ma un signore lo smorza subito dicendoci che qualche giorno prima una persona era caduta. Una toccata scaramantica è d’obbligo, non mancano nemmeno gli scongiuri, ma non ci facciamo demoralizzare troppo e ci lasciamo cullare dai primi raggi della giornata.

Saliamo sul pullman e lo puntiamo verso il mar Rosso: finalmente un po’ di relax e vita da mare. La sabbia e le scarpe da trekking fanno spazio a feste in barca, cocktail, beach volley e acqua limpida.

Giorno 7 e 8

Il relax è stato solo un parentesi. Dopo una super sfacchinata in cui maciniamo chilometri su chilometri siamo di nuovo ad Amman. Qui visitiamo la città vecchia e ci diamo agli acquisti. Non vorremmo mai lasciare questa terra tanto ospitale e quindi portiamo a casa tè, ricordi e le classiche calamite da appendere al frigorifero. Il giorno successivo ci aspetta il volo di rientro e non abbiamo molto tempo da poter investire in altro.

Un altro sole tramonta ed è già l’indomani: è tempo di salutare e ringraziare i miei compagni di viaggio. Laura, Laura, Martina, Giada, Roberta, Alice, Carmen, Simona, Simone, Giovanni, Andrea, Francesco, Thomas, Francesco e Alessandro: alla prossima!

#JT Pasta fresca all’uovo

Riscopriamo i nostri sapori

Andare alla ricerca di nuovi sapori è importante, ma lo è altrettanto riscoprire e valorizzare quelli della nostra tradizione. Piatti che hanno attraversato gli anni, che sono passati di cucina in cucina, da nonne a nipoti. E ora rimboccarsi le maniche, infarinare il mattarello e preparare la vera pasta all’uovo.

Ingredienti

  • 300 grammi di farina
  • 3 uova (uno ogni 100 g di farina)

Procedimento

Lo ammetto, usare le mani ha il suo perchè, ma questa volta ho deciso di giocare facile e di usare l’impastatrice.

Cominciate mettendo la quantità di farina che desiderate, nel nostro caso 300 grammi. Quindi quante uova avremo utilizzato? “Tre”, direte voi, se la matematica non è un opione: invece ne abbiamo usate 4 perché le nostre erano piccine piccine.

Come in ogni ricetta, così disse la nonna Angela, “devi vedere, devi sentire l’impasto come sta venendo, e poi decidi se aggiungere ancora qualche ingrediente”. La domanda, all’epoca, mi è sorta spontanea: ma allora le quantità nelle ricette a cosa servono? “Le quantità servono a chi non sa ascoltare il cibo”, ha risposto prontamente e con la saggezza di chi ne aveva viste (e cucinate) tante: e così mi sono sentito piccolo piccolo e ho continuato ad ascoltare in religioso silenzio osservando ogni movimento.

Ma ritorniamo alla nostra pasta. Una volta pronto, l’impasto va lavorato su una superficie di legno che vi aiuterà a ottenere la giusta consistenza: una volta raggiunta una buona omogeneità lasciatela riposare nella pellicola per almeno 30 minuti. Se avete pazienza aspettate anche un’ora, male non fa.

Una volta passata l’agonia dell’attesa, scoprite il composto e iniziare a stendere la pasta nel formato desiderato. Noi abbiamo scelto le tagliatelle: un’ottimo modo per sfruttare il ragù cucinato il giorno prima.

Una volta raggiunto lo spessore adeguato (va a gusti) tagliate la pasta in strisce larghe di 7-8 millimetri, poi stendetela ad asciugare per almeno 10 minuti. Giusto il tempo per fare bollire l’acqua. Salatela e tuffateci le vostre tagliatelle: la cottura varia a seconda dello spessore della pasta. Affidatevi al vostro palato e dopo qualche minuto assaggiatela. Li avrete la vostra risposta.

Scolate la pasta una volta cotta e condite a piacimento. Buon appetito!